LA LIBIA
Il deserto, le carovane e i castelli lungo il 29° parallelo

Il Deserto

Il deserto libico-nubiano costituisce la parte nord-orientale del Deserto del Sahara compresa fra la Libia, l'Egitto e il Sudan, delimitato a nord dal Mediterraneo, a est dal fiume Nilo e a sud dalle rocce del Tibesti in Ciad e dal massiccio del Darfur e la piana di Khartoum in Sudan.
Il deserto Libico copre un'area pressoché rettangolare di circa 1.100.000 km² che si estende per circa 1.100 km da est a ovest, e circa 1.000 km da nord a sud. La parte centrale di questo deserto è estremamente arida e in alcune zone vi sono periodi di 20-30 anni, senza precipitazioni.
Non vi sono fiumi e con l'esclusione delle poche oasi non vi sono insediamenti umani, anche le strade o piste sono relativamente esigue.

Il 29° parallelo e la sua storia

Il 29° parallelo del nostro globo è una di quelle linee su cui la storia ha tracciato solchi profondi. La memoria di ciò che vi è accaduto si è in parte polverizzata nella sabbia del ghibli che “ammatassa tutto il cielo” (come descriveva Mario Tobino nel suo Deserto della Libia) e confonde le immagini nei ricordi.
Fin dai tempi più remoti correva proprio lungo il 29° parallelo una via carovaniera che collegava Egitto a est e Fezzan a ovest, attraversata da mercanti a dorso di cammello che trasportavano merci e si cibavano quasi esclusivamente di datteri secchi, frutti capaci di mantenersi integri per mesi sotto il sole, nutrimento fondamentale e fonte essenziale delle energie necessarie alle traversate del deserto. Lungo tale rotta commerciale tra il VII e l’XI secolo avvenne anche la penetrazione araba nell’Occidente nord africano.

Le Oasi di Al Jufrah nei secoli scorsi

Nei secoli in cui le vie carovaniere decidevano i destini di intere aree geografiche, Al Jufrah si trovava in una posizione strategica, poiché collocata sia sul 29° parallelo, sia sulla via che connetteva il grande Sud e la costa.
Dal Fezzan e dalle regioni desertiche ancora più a meridione giungevano a Misurata, passando appunto per Sokna, gli schiavi neri, che sarebbero stati barattati con i cereali coltivati nella fertile striscia di pianura litoranea e altri manufatti prodotti nelle città del Nord.
Le carovaniere funzionavano perché potevano appoggiarsi alle oasi, mentre queste a loro volta si svilupparono grazie ai traffici commerciali, che spesso, purtroppo, equivalevano alla tratta degli schiavi.
Uomini e cammelli si rifocillavano di acqua e ombra nelle oasi che ancora oggi punteggiano provvidenzialmente le vie.

Nel corso dei secoli la miracolosa abbondanza d’acqua di queste tappe, come appunto ad Al Jufrah, convinse molti viaggiatori, commercianti e poi conquistatori arabi e missionari dell’Islam a sostare più a lungo, trasformando questi luoghi nella loro dimora permanente. Per quelle bizzarre analogie in cui spesso inciampa la storia umana, gli insediamenti che si svilupparono nel lembo di deserto libico denominato Al Jufrah assomigliavano curiosamente ai borghi medievali che punteggiavano l’Europa carolingia. Sulla sommità dell’unico rilievo che si distingueva nel piatto orizzonte di sabbia e pietrisco veniva costruito un forte, da cui si poteva scrutare l’eventuale arrivo di nemici e organizzare la difesa.
Esattamente come in un castello, intorno al maniero dove risiedevano i governanti sorgevano le case del popolo, mentre l’intero abitato era protetto da poderose mura con torrette di avvistamento. Da questo centro, poi, si irradiavano le vie di comunicazione verso l’esterno. I villaggi di Sokna, Waddan e Zellah, i più antichi dell’area di Al Jufrah, erano in origine strutturati così e tuttora conservano le tracce delle cittadelle di quell’epoca.